Opinione su Il nome della rosa - Umberto Eco: Il nome della rosa

Il nome della rosa

5/5 11/04/2020

Vantaggi

Un capolavoro

Svantaggi

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Secondo quanto afferma l'autore nell’ nell'introduzione, questo romanzo non sarebbe altro che la trascrizione di un antico manoscritto trecentesco, composto da un monaco, Adso da Melk. Il contenuto di questo manoscritto l’autore l’avrebbe letto in una tarda traduzione francese, ma nonostante tante ricerche non avrebbe mai potuto rinvenirne "originale. Tuttavia era rimasto così «assorbito» dalla lettura del testo francese che, dichiara, “quasi di getto ne stesi un traduzione»: e questa è il romanzo “Il nome della rosa”. Si capisce che si tratta di una finzione simile a quella con cui il Manzoni presenta i suoi Promessi Sposi, dicendo di averne dedotta la storia da un «dilavato e graffiato» manoscritto secentesco; e così come nel passato avevano fatto alcuni scrittori di famose opere in prosa o in poesia, come l'Ariosto per l'Orlando Furioso, il Cervantes per il Don Chisciotte e Walter Scott per i suoi romanzi. Il manoscritto, dunque — cioè il romanzo creato da Eco —, è il racconto degli «accadimenti» a cui aveva assistito, o di cui aveva avuto notizia — Adso stando per sette giorni in una grandiosa e ricca abbazia italiana, posta sulla cima di un monte — ma «di cui è bene e pio si taccia anche il nome» —, quando, nel novembre 1327, ancora novizio benedettino, vi aveva accompagnato, divenendone scolaro e discepolo, un dotto francescano, frate Guglielmo da Baskenville: il quale, uomo di grandissima dottrina e acuta intelligenza — e già «inquisitore in alcuni processi dove si era distinto per perspicacia non disgiunta da umanità» —, era stato inviato là in missione affidatagli dall'imperatore Ludovico il Bavaro per indagare sulla misteriosa morte di un giovane frate. Dal momento dunque, dell'arrivo di Guglielmo e di Adso all'abbazia gli «accadimenti» misteriosi e tragici, risibili e paurosi non hanno tregua. Nel corso dei giorni che i due passano tra quelle mura, e in modo speciale nel tempo che trascorrono nella straordinaria biblioteca, è un susseguirsi di strane visioni, di enigmi, di magie, di rivelazioni prodigiose, di fughe, di eventi sanguinosi, di assassinii, di incontri di cadaveri: e tutto intramezzato da lunghe discussioni ed esposizioni di argomento diversissimo: sociali, storiche, filosofiche, teologiche. Un immenso pelago, quindi, di fatti e di ragionamenti, in cui è impossibile delineare qui anche il più sintetico cenno riassuntivo. Basti dire che nella biblioteca dell’abbazia si trova un manoscritto che contiene un’opera sconosciuta di Aristotele e che il vecchio bibliotecario, Jorge, temendo che con le sue dottrine possa fomentare menzogne e alimentare inganni, lo ha nascosto nella stanza meno accessibile e lo ha impregnato di veleno in modo che chiunque si inumidisca il pollice con la saliva per voltare la pagina, muore. M Guglielmo lo volterà coi guanti, e Jorge, una volta vista scoperta la sua macchinazione, sconvolto e infuriato mangerà il libro e morirà in modo orribile. Ancora, basti aggiungere che tutta la vicenda si concluderà con l’incendio che scoppia improvviso alla caduta di un lume nella biblioteca durante la notte del settimo giorno, rapidamente divorando e distruggendo il grandioso deposito di sapienza cristiana e l’intera abbazia: quando — dice il titolo del capitolo, l’ultimo – “avviene l’ecpirosi e a causa della troppa virtù prevalgono le forze dell’inferno”.
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